Quando una tesi di laurea aiuta a valutare rischi e controlli

 

28 Ottobre 2008

Stranamente, nel nostro Paese le tesi di laurea non
sono considerate, salvo lodevoli eccezioni, materiali degni di particolare
attenzione. Si compilano molto spesso in pochi giorni, all’approssimarsi
della data fatidica in cui il lauro cingerà il capo e un gruppo di togati in
nero proclamerà, in nome dello Stato, il neodottore. Al contrario, la tesi
dovrebbe rappresentare il culmine di un percorso formativo e consentire
anche all’esterno del mondo accademico un vaglio dei talenti licenziati
dalle nostre università e degli argomenti oggetto di ricerca negli atenei
italiani.
Per fortuna a questo secondo modello, virtuoso, si
avvicina senz’altro la tesi di Filippo Ariani, neo-dottore in Scienze
politiche (indirizzo econometrico), svolta sotto la direzione del professor
Maurizio Grassini dell’Università di Firenze, dal titolo “Infortuni sul
lavoro in edilizia: applicazione di tecniche econometriche per la
valutazione di efficacia degli interventi di vigilanza in una Asl”.
Ne proponiamo il
testo integrale (pdf 1,56 Mb) scaricabile, perché rappresenta un vero e
proprio passo avanti concettuale e pratico nel modo di affrontare il
problema della metrica del rischio nel settore delle costruzioni edili,
quello al centro dell’attenzione per le sue nefaste conseguenze in termini
di infortuni e di danni alla salute operaia. Le novità stanno nell’approccio
al problema: non più solamente uso dei tradizionali, ma del tutto
insufficienti, indici di rischio infortunistico (indice di frequenza,
gravità, durata media ecc), ma la proposta di nuovi modi per calcolare il
fatidico “denominatore”, cioè la massa a rischio, così sfuggente in questo
settore produttivo.

Piuttosto, la
multa!

Ma poi anche il taglio di tutta la tesi, costantemente
teso a cimentare i dati raccolti con le ipotesi di efficacia delle attività
di vigilanza e ispezione nei cantieri. Attraverso dati empirici, relativi
alla realtà produttiva nella quale Filippo Ariani si trova a lavorare come
tecnico della prevenzione di un servizio Pisll (quella della zona Nord-ovest
dell’Ausl di Firenze), viene mostrato come la “razionalità economica”
immediata da parte degli imprenditori spingerebbe nella direzione di
accettare il rischio di pagare una multa o, al peggio, subire qualche giorno
di fermo cantiere, piuttosto che sobbarcarsi l’onere di adottare tutte le
obbligatorie e necessarie salvaguardie di sicurezza. E risulterebbero quindi
vani tutti gli appelli a incrementare le attività ispettive che da diversi
anni si susseguono ritualmente a ogni incidente mortale che accade.

Di particolare interesse risulta anche un’ipotesi
formulata sulla base di iniziali e parziali evidenze empiriche, nei dati
rilevati, quella che l’andamento, in periodica crescita, del numero di
ispezioni sia più susseguente al verificarsi di eventi gravi e che hanno
risonanza presso l’opinione pubblica, piuttosto che al lancio di campagne
nazionali o regionali di prevenzione. Ci troveremmo cioè di fronte a un
tipico caso di comportamento reactive
invece che proactive, che cioè
reagisce “dopo” che l’evento avverso si è verificato, invece che programmare
“a priori” la propria attività.

Impatto e peso
delle malattie

Un altro argomento di grande interesse trattato, sia
pur preliminarmente, è quello del
burden of disease
legato al settore delle costruzioni. Viene descritta
la tecnica delle misure sintetiche di danno alla salute (Summary
measures of population health
) adottata dall’Oms nel corso del progetto
Bod, sviluppato negli anni Novanta. L’applicazione consente a Filippo Ariani
di stimare che il carico di danni dovuti alle malattie legate al lavoro è di
gran lunga superiore a quello dovuto alle conseguenze degli incidenti che
avvengono nei luoghi di lavoro. Conclusione sorprendente per i non addetti
ai lavori, ma nota agli epidemiologi più attenti. Tuttavia di questo aspetto
non si parla affatto nell’attuale, sacrosanto dibattito sulle “morti
bianche”.

In conclusione, si tratta di un lavoro di
approfondimento, ricerca applicata a una realtà concreta, sviluppo di
tecniche indispensabili per il futuro dell’epidemiologia occupazionale che
giustifica l’interesse suscitato tra quanti finora hanno potuto conoscerne
alcune parziali versioni. Ora, finalmente, il materiale è disponibile per
tutti in forma leggibile e commentabile. Nel frattempo il lavoro continua e
speriamo che nel prossimo futuro si possano registrare ulteriori passi
avanti in un campo tanto importante, quanto povero di risorse dedicate in
campo accademico e nel mondo della ricerca scientifica.

Fonte: Epicentro


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